Heated Rivalry Italia

Nella Russia omofoba di Putin, guardare Heated Rivalry è un atto di ribellione e speranza

Negli ultimi mesi Heated Rivalry è diventato un fenomeno globale. Quello che probabilmente non sapete è che lo show ha avuto un enorme successo anche in Russia, nonostante non sia disponibile ufficialmente su nessuna piattaforma di streaming russa. Su Kinopoisk, l’equivalente russo di Rotten Tomatoes, Heated Rivalry ha un punteggio di 8.6 — più alto di Game of Thrones e Breaking Bad, entrambi a 8.3. In altre parole, un gruppo di spettatori russi ha deciso che è la miglior serie che abbia mai visto, una sorpresa data l’ampia omofobia nel paese. Conosco Ilya Rozanov — il giocatore di hockey affascinante interpretato da Connor Storrie — e conosco molte persone come lui. Posso quasi dire di esser stato uno di loro. Come il personaggio, sono nato verso la fine dell’Unione Sovietica, quando l’omosessualità era ancora reato. Mio padre era ufficiale militare e sono cresciuto in una società dove uscire allo scoperto non sembrava mai possibile: essere gay in Russia significava essere un emarginato, maledetto, senza alcuna possibilità. Ilya è nato nel 1991, in un’epoca in cui gli adolescenti LGBTQ+ in Russia non avevano nemmeno un solo esempio che dimostrasse che una vita diversa e più libera fosse possibile. Negli anni ’90, nessuna figura pubblica — musicista, attore o atleta — era mai uscito allo scoperto.

C’erano però alcune pop star apertamente closeted che venivano ridicolizzate: indossavano piume e lingerie femminile per fare scalpore, ma non avevano alcuna intenzione di normalizzare l’omosessualità. Il pubblico maschile li scherniva e gli adolescenti usavano i loro nomi come insulti.

In Heated Rivalry, Ilya indossa una strana croce ortodossa russa, proprio come ne avevo una anch’io. Per lui è più un ricordo di sua madre che un simbolo di vera religiosità — una realtà attendibile: la Russia rimane una società profondamente atea.

Le radici dell’omofobia sovietica e post-sovietica non stanno nella religione, ma nell’eredità del gulag, dove essere omosessuale era considerato la peggiore delle sventure. Un uomo gay in prigione era un reietto, quasi un cadavere vivente.

Questi pregiudizi sono sopravvissuti al crollo dell’URSS e hanno continuato a prevalere nei quartieri più duri alla periferia di Mosca durante gli anni ’90, dove sono cresciuto.

In quegli anni, anche in America la situazione non sembrava ideale. Ricordo di aver appreso dell’esistenza di altre persone gay grazie alla serie televisiva Santa Barbara, trasmessa in Russia: pur essendo ambientata negli Stati Uniti, il messaggio che mi arrivava da bambino era terribile: anche in America era meglio essere morti che gay. Le cose iniziarono a cambiare nei primi anni 2000, con il duo pop t.A.T.u., che cantava di amore lesbico e diventò fenomeno mondiale. Ma la liberazione da questi vincoli è proprio ciò che spinse Vladimir Putin a ristabilire un controllo sempre più severo. Nel 2013 — sette mesi prima delle Olimpiadi di Sochi — la Russia adottò la sua prima legge contro quella che definiva “propaganda LGBTQ+”. Per un po’ sembrò che non facesse molta differenza, e negli anni 2010 Mosca sembrava quasi la capitale queer dell’Europa orientale, con club gay e l’uso diffuso di app come Grindr. Ma la propaganda statale crebbe, dipingendo l’Occidente come decadente e la comunità LGBTQ+ come una minaccia ai “valori tradizionali”. In Cecenia, le autorità persecuterò apertamente uomini gay, con arresti, torture e morte per molti di loro.

Nel 2022, con la guerra contro l’Ucraina, la repressione si intensificò: uscire allo scoperto in Russia poteva significare la prigione.

In quell’anno ho fatto il mio coming-out, mi sono trasferito all’estero e mi sono sposato con il mio compagno. Per i media di propaganda russi io e mio marito eravamo “satanisti” e affermavano che la Russia stesse combattendo una guerra non solo contro l’Ucraina, ma contro persone come noi.

Dopo il mio coming-out ho ricevuto migliaia di messaggi di gratitudine da membri della comunità LGBTQ+ russa.

Un sondaggio del 2021 mostra un enorme divario generazionale: tra chi ha più di 55 anni oltre il 60 % è contrario ai diritti gay, mentre tra chi ha meno di 25 anni il 55 % sostiene i diritti uguali, inclusa la possibilità di matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Eppure, anche oggi, nessuna celebrità russa lo ammetterebbe pubblicamente. Nel 2023 alcuni giocatori di hockey russi rifiutarono persino di partecipare a una campagna della NHL a sostegno della comunità LGBTQ+.

Lo scorso anno il gruppo t.A.T.u. ha ripreso a esibirsi, ma ha cercato di distanziarsi dalla loro immagine “lesbica”, evitando di cantare la versione russa del loro successo All the Things She Said.

Vivere negli Stati Uniti e seguire gli sviluppi in Russia è spesso straziante. Mia madre è morta di demenza l’anno scorso e non ho potuto dirle addio perché sono persona non grata nel mio paese.

Le autorità russe hanno inventato l’idea che esista una rete clandestina chiamata “movimento LGBTQ+” e l’hanno etichettata come organizzazione estremista, allo stesso livello di al-Qaida. A volte sui telegiornali di stato mostrano foto mie.

So che migliaia di uomini gay in Russia hanno visto Heated Rivalry — ovviamente su siti pirata, dato che non esiste un modo legale per guardarlo. Le autorità lo proibirebbero come “propaganda LGBTQ+”, e molte piattaforme occidentali non funzionano in Russia. Per questi spettatori queer guardare la serie significa violare ogni legge possibile, ma farlo è l’unico modo per sentirsi parte di una comunità.

Ciò che mi tocca di Heated Rivalry è che Ilya non è una caricatura: non è un gangster con l’ushanka, non è un’icona esotica. È un essere umano vulnerabile, traumatizzato da un’infanzia difficile, proprio come il suo fidanzato canadese Shane.

Molti gay russi con cui ho parlato sono scettici sul finale felice della serie: non riescono a credere che un coraggio del genere sia possibile nel loro paese. Eppure quasi tutti vorrebbero lasciare la Russia per una vita migliore.

È doloroso ascoltarli. Come Ilya Rozanov, anch’io ho fatto molta strada negli ultimi anni verso la consapevolezza che la libertà è possibile, anche se oggi in Russia l’omofobia è ancora diffusa e pubblicamente dichiarata.


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